Elisabetta è coordinatrice delle guide di Dialogo nel Buio, una mostra-percorso allestita da dicembre 2005 con sede presso l’Istituto dei Ciechi di Milano e la frase «non occorre guardare per vedere lontano» è il suo slogan di riferimento.

Poche parole per trasferire un messaggio importante e positivo, nonché fondamento del Dialogo nel Buio perché, ci spiega Elisabetta, «la vista, il vedere, non è l’unico modo per conoscere la realtà, anzi. Per andare lontano, per andare oltre le apparenze, soprattutto quando si ha a che fare con altre persone, è fondamentale ricorrere ad altri occhi come quelli della mente, del cuore, del corpo, perché solo andando oltre l’apparenza, il primo sguardo, la prima sensazione possiamo davvero cogliere la realtà».

Ma torniamo all’inizio e spieghiamo cos’è Dialogo nel Buio.

Elisabetta, qual è la storia di Dialogo nel Buio?

«Andreas Heinecke, un giornalista tedesco, per motivi professionali aveva avuto l’occasione di collaborare con una persona cieca, non noiosa e poco interessante come immaginava, ma una persona dal carattere brillante, dinamico, intraprendente. Per lui un cambio di prospettiva.
Decise quindi di stimolare questo cambio di percezione sulle persone non vedenti creando una mostra-percorso dove porre la persona vedente al buio impedendole di usare la vista, per dare spazio agli altri sensi e creare di conseguenza un dialogo tra il cieco, nel ruolo di guida, e il vedente, con l’obiettivo di abbattere i pregiudizi.
Nasce così Dialogo nel Buio, che raggiunge definitamente Milano nel 2005 quando viene installato presso l’Istituto dei Ciechi della città».

Cos’è nel concreto questa mostra-percorso?

«Non è altro che un luogo caratterizzato dall’assenza totale di luce dove viene data la possibilità a chi vi partecipa, di vivere un’occasione a confronto con l’oscurità e fare affidamento al tatto, all’udito, al gusto, all’olfatto in situazioni simulate di vita quotidiana.
L’esperienza è per se stessi, per scoprire qualcosa in più sulle proprie capacità, sui propri limiti e per cominciare a vedere in un modo differente».

La missione è educare al buio e creare un dialogo, come potrebbe essere spiegato questo passaggio?

«Il buio induce a una visione interiore, a guardarsi dentro, apre a un dialogo che libera dai pregiudizi: il non vedente diventa guida, quasi mediatore culturale di due mondi apparentemente diversi. Il buio si può superare, non blocca soltanto, ma permette di conoscersi e di conoscere l’altro.
Educare al buio è essere pronti ad accoglierlo come una caratteristica e non solo come uno ostacolo e creare un dialogo è un modo per aiutarsi in questo percorso perché, come mi piace dire, se c’è dialogo non c’è buio».

In tutto questo, grandi protagonisti sono allora le guide per questo dialogo.

Chi sono, qual è la loro formazione?

«Sono persone non vedenti, che per prime hanno imparato a dialogare con il buio e che invece oggi lo raccontano ad altri. Sono persone che seguono una formazione molto articolata a livello teorico e poi soprattutto pratico come orientarsi nel percorso per averne assoluta padronanza per poter poi guidare il gruppo che vi partecipa».

di Ada Saulle

Articolo originale da: https://ilpolopositivo.com/2022/03/03/non-occorre-guardare-per-vedere-lontano/

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