di Giuseppe Galli - #leguidesiraccontano

Giuseppe Galli con i colori dell'InterSono nato interista alla fine degli anni Cinquanta. Il calcio si è sempre impastato con la mia vita: in certi periodi in modo più denso, in altri in modo più liquido ed impalpabile. I primi ricordi riguardano mio papà che mi parla di questa grande squadra, di grandi campioni, di un grande allenatore, di grandi vittorie e cocenti sconfitte, arricchendo il tutto con gustosi aneddoti. Arriva poi il periodo del collegio e, pian piano, questa passione/fede cresce sempre di più e diventa sempre più mia. Ricordo lunghe ore passate a passeggiare avanti e indietro, lungo i corridoi o i porticati a seconda del tempo, con la radiolina incollata all’orecchio, dove le pulsazioni del cuore, veramente, battevano al ritmo delle emozioni che trasmettevano le varie fasi di gioco. Mi immergevo totalmente in questo mondo eroico, dove mi potevo identificare in questi campioni come in eroi omerici, coi quali era possibile condividere le più esaltanti vittorie come le più cocenti sconfitte. Poi le partite a biliardino dove si prolungava questa identificazione; così come quando si giocava a pallone o a tolla: io a volte ero Mazzola, a volte Corso, altre Jair o Boninsegna. Sempre in quegli anni di collegio, noi interisti abbiamo creato un INTER-CLUB con relativo bandierone, bandierine, gagliardetti e tanto altro materiale, che si contrapponeva ai rispettivi club della Juventus e del Milan. Ricordo poi le domeniche pomeriggio: aspettavo l’ora d’inizio di "Tutto il calcio minuto per minuto", trasmissione che trasmetteva in contemporanea i secondi tempi di tutte le partite. Ascoltavo con trepidazione e poi, a seconda del risultato della partita dell’Inter, trionfante o mogio mogio per me era giunta l’ora di ritornare in collegio.

Con gli anni Ottanta è arrivato anche il momento, oltre che di ascoltare la partita per radio o per televisione, di frequentare lo stadio.

Io, che non vedo niente, allo stadio ci sono sempre andato con molta naturalezza. Il tifo per una squadra, se non travalica diventando alienante e patologico, crea identificazione, appartenenza, condivisione. In quegli anni allo stadio ci si andava molte ore prima della partita: si preparavano i panini, ci si avvicinava allo stadio con il sottofondo dei cori, ma anche della voce dei bagarini che vendevano, diciamo così, sottobanco i loro biglietti; più ci si avvicinava e più crescevano la densità di persone, il chiasso e l’esaltazione. Entrando allo stadio, le percezioni si allargano fino a comprendere l’intero catino pieno di cori, urla e fischi che, a seconda dei momenti, come onde si alzano e si abbassano: cala uno striscione interista e i cori si alzano, qualche centinaio di persone srotolano rotoli di carta igienica, come se fossero stelle filanti, e i fischi diventano assordanti. Ci si arrampica sui gradoni o si salta giù da essi per cambiare posto e conquistarne uno migliore. Poi si mangiano i panini e tra chiacchiere, cori, martellanti e fastidiosi annunci degli Estintori meteor... inizia finalmente la partita. La radiolina incollata all’orecchio e l’anima dispersa nell’anima universale interista, la partita passa come una barchetta può passare una tempesta: o si arriva in un porto sicuro, confortevole e ristoratore, o si naufraga.

Il momento del gol nello stadio è un momento estatico. Io ho provato, per curiosità, a rimanere seduto durante la segnatura di un gol: anche gli atomi di calcestruzzo dei gradoni prendono vita e partecipano, sotto il peso dei corpi esultanti il gradone stesso esulta facendoti danzare assieme agli altri. Ricordo una notte, una partita di Coppa, dove lo stadio è ancor più coinvolgente perché diventa un solo colore, una sola voce. Alla fine di una esaltante azione dell’Inter, mi arriva una violenta pacca sulla spalla e poi una voce da dietro che mi urla, dopo un bestemmione: "Beato te che non ci vedi!" Bergkamp aveva appena sbagliato un gol già fatto!

Poi un velato distacco: nuovi interessi, il matrimonio, i figli, fino ad arrivare alla meravigliosa cavalcata del 2009/2010, anno del triplete!

Oggi mi sento di ringraziare l’Istituto dei Ciechi e le società di Inter e Milan per l’iniziativa "San Siro per tutti", che permette a chi non vede di partecipare alla partita attraverso una radiocronaca dedicata. Ritengo però questo un passo in avanti, non un punto di arrivo: per mia storia e mia formazione, quando sento espressioni come "iniziativa dedicata a...", "settore dei...", "appositamente per...", a me viene come una claustrofobia da libertà, mi manca l’aria. Io ritengo che bisogna immergersi nel Mondo e non distinguersi; non separarsi, ma con-fondersi in esso.

Per sempre forza INTER

Giuseppe Galli
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