Axel, Astrid e Patrizia

di Patrizia Falchi - #leguidesiraccontano

Eravamo quattro amici al bar, ma non volevamo cambiare il mondo: volevamo conoscerne e apprezzarne alcune sfumature e abbattere alcuni pregiudizi.
Il bar di cui vi voglio parlare è un bar molto speciale: l'ambiente bar di Dialogo nel Buio dove, dopo aver fatto l'intero percorso, con Marta, Francesca e Marco ci siamo seduti a far due chiacchiere.
Marta è una signora dolcissima e sensibile, Francesca una bella ragazza giovane e intraprendente, Marco un signore taciturno, ma ironico e arguto.
Concluso il percorso, ci siamo allineati davanti al bancone, abbiamo ordinato, pagato, non senza difficoltà ma divertendoci anche nel fare un gesto che alla luce risulta spontaneo, e finalmente ci siamo seduti a conversare.

Una volta al tavolo, chiedo loro come è andato il percorso. Sono entusiasti, mi dicono che si sono divertiti molto e mi confessano che non avrebbero mai creduto di riuscire a fare e riconoscere tante cose al buio.

A questo punto dico: "Apriamo le danze! Avete delle domande, curiosità o perplessità?"

Comincia Marta che mi chiede se può farmi una domanda personale.
Le dico di sì.

Lei mi chiede: “Hai figli?"
Le rispondo: "Sì, due grandi".

A questo punto, incuriosita, mi domanda: "Come hai fatto quando erano piccoli? Ti ha aiutata qualcuno?"
Le dico: "No, a parte mio marito non avevo nessun aiuto: i miei genitori erano già morti, e sua mamma abitava lontano. Quando i bambini erano neonati, è stata fondamentale una buona organizzazione: ad esempio, al mattino si preparavano i biberon per tutta la giornata e li mettevamo in frigo, così all'occorrenza mi bastava scaldarli. Quando è arrivato il momento delle pappe, davo loro da mangiare in assoluta autonomia, accostando una mano al loro viso per orientare correttamente il cucchiaino. Non mancavano le uscite con le amiche che avevano i bimbi dell'età dei miei: loro con le carrozzine, mentre io preferivo ricorrere al marsupio o allo zaino, a seconda dell'età".

A questo punto interviene Francesca: "I ciechi sognano? E, se sì, come sognano?"
Io le rispondo: "Certo che sogniamo, come sognate voi. Quando voi sognate, date priorità alla vista: i vostri sogni sono pieni di immagini e colori; quando io sogno, invece, percepisco il mondo esattamente come lo vivo quotidianamente e, quindi, tramite l'uso degli altri sensi: olfatto, gusto, tatto e udito. Per esempio, se sogno il mare sento il suo profumo, le onde che, bagnandomi i piedi, mi colpiscono con delle piccole gocce d'acqua salata, il rumore del vento, la sabbia tra le dita e lo stridere dei gabbiani".

Poi Marco mi chiede: "Ma chi non ha mai visto come fa a conoscere i colori?"
La mia risposta non tarda ad arrivare: "Per chi non ha mai visto i colori sono un concetto culturale, sa che il rosso è caldo, l'azzurro è freddo, che l'erba è verde o la neve bianca".

Ma a Marco questa spiegazione non basta. Vuole sapere come far capire ad una persona che non vede dalla nascita il concetto di colore chiaro o scuro.
Io ci penso un po'. Non è una domanda semplice per un non vedente che, anche se solo per un breve periodo della sua vita, ha conosciuto i colori.

Allora gli rispondo: "Penso che per far capire il concetto di colore chiaro o scuro possa essere utile servirsi di associazioni che fanno riferimento, ad esempio, a sensazioni tattili o uditive a loro familiari; tali associazioni, che comunque rimangono soggettive, possono aiutare ad avvicinarsi ai concetti di chiaro e scuro, che però rimangono concretamente non sperimentabili da chi non ha mai visto; del resto, spesso chi si trova in questa condizione non prova neppure interesse per i colori, salvo che per esigenze pratiche, ad esempio gli abbinamenti cromatici nel vestirsi".

Con questa domanda è esaurito il tempo a nostra disposizione.

Li riaccompagno alla luce, sento la felicità nelle loro voci che mi salutano e mi ringraziano.

Li invito a tornare con amici e conoscenti e li saluto con un ultimo “"Spero di rivedervi presto per poter ancora condividere con voi le gioie e le emozioni che Dialogo nel Buio sa dare".

Patrizia Falchi
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