Ingresso a Dialogo nel Buio con i bastoni bianchi

Il viaggio più bello della mia vita l'ho fatto nell'oscurità. Ho scoperto la magia del mondo e l'intensità del dialogo

di Azzurra Noemi Barbuto
da Libero Quotidiano
26 marzo 2017

Percorro a piccoli passi il solenne tappeto nero che mi introduce, non senza qualche perplessità, in un'anticamera scura in cui mi muniscono di bastone bianco e alle cui pareti, in basso, vedo ancora fioche luci arancioni, abbastanza accese da darmi conforto. Ho dovuto lasciare fuori tutte le mie cose, incluso il mio inseparabile smartphone, grazie al quale mi sento sempre vigile sul mondo. Sono quasi certa che il buio assoluto sia quello: una stanza oscura con luci arancioni sospese sul fondo. E mi dico: «Non è poi così terribile». E invece no. Quello è solo un passaggio per scaraventarmi con minore violenza nel buio assoluto. Buio pesto. Un buio che non conosciamo e che, al primo impatto, mi terrorizza.

Per un attimo mi paralizzo. Penso di scappare. L'oscurità mi strizza e non so neanche il perché. Escono lacrime. Sono silenziose. Al buio nessuno può vederle. Tranne Elisabetta Corradin, la mia guida. Lei mi dice: «Non ti preoccupare. A volte succede». Cerco di rendere la mia voce lucida più che mai per nascondere la lucidità degli occhi e chiedo: «A cosa ti riferisci?». Lei risponde: «Al fatto che stai piangendo».

Vede con il cuore

Elisabetta è cieca. Lei non può vedere con gli occhi. Quindi per vedere usa qualcos'altro. Forse è il cuore. Io non lo so. So solo che ci vede benissimo, intanto fluttua leggera in quel buio in cui io, impacciata, non riesco a muovermi. Mi rendo conto che lì, in quel momento, l'unica cieca tra me e lei sono soltanto io. Quindi mi affido a lei quando sorridente mi dice: «Non avere paura, dammi la mano». Il sorriso di Elisabetta è la prima cosa che io ho visto nel buio in cui non si può vedere nulla. Mi sono sentita un po' meno disabile per questo.

Ed in quell'attimo ho anche capito perché sono venute giù tutte quelle lacrime. «Dunque, è questo, il buio. Ma come si può vivere qui sempre? È terribile. Sono sola», mi ero detta. Sì, essere sola. Una consapevolezza che alla luce del sole, a volte, è persino un conforto. Ma che al buio, chiara più che mai, perde tutto il suo fascino.

L’affidarsi

Nel buio sei costretto a fare i conti con te stesso. Ad accettare i tuoi limiti. Le Lue fragilità. I tuoi handicap, quelli che nascondiamo sotto quintali di trucco e di scuse. Così la cosa più giusta da fare mi è sembrata affidarmi e fidarmi. Due cose che non facciamo quasi mai nella vita alla luce del sole. Ci osserviamo sospettosi. Guardiamo. Senza cogliere nulla. Al buio ho trovato subito la mano di Elisabetta, come se sapessi che fosse lì, tesa verso di me.
Si dice che non vada troppo lontano un cieco che si affida ad un altro cieco, ma io grazie ad Elisabetta ho fatto uno dei viaggi più belli della mia vita, ad un certo punto del quale ho voluto lasciare la sua mano perché il buio, che mi ha sempre terrorizzata, mi procurava pace e divertimento.
Ho camminato lungo un sentiero ai cui margini ho potuto sentire con la punta delle dita la freschezza delle foglie. Ad un certo punto, il terreno è diventato più soffice, mi sono chinata per toccarlo. Ero su un prato vellutato. Accanto a me fiori di lavanda, un cespuglio di rosmarino, che mi ha catapultata in ricordi lontani. Ho attraversato un ponte di legno, fluttuava sotto i miei piedi. Un po' come il buio, che non è immobile. «Anche il buio dondola», mi ha sussurralo la mia guida. Sentivo il suono di un ruscello. Ho allungato la mano e l'acqua fresca ha sorpreso la mia pelle. Era come se la sperimentassi per la prima volta. La mia esplorazione è continuata, passando da un ambiente ad un altro, toccando gli oggetti, respirando il profumo delle spezie, ascoltando il tintinnio dei chicchi di caffè. Elisabetta era sempre accanto a me. Ad un certo punto mi ha chiesto di toccare una parete. Non riuscivo a capire cosa fosse. E allora la mia guida mi ha invitato a toccare con entrambe le mani. Solo così ho compreso che si trattava del tronco di un gigantesco albero. Elisabetta mi ha spiegato: «Per vedere bene ci servono due occhi. Funziona così anche con le mani.

Il mare e i gabbiani

Poi siamo state in un mercato, abbiamo attraversato una strada trafficata, fino ad arrivare su una spiaggia. I rumori fastidiosi della città erano ormai distanti. Adesso sentivo il mare, i gabbiani, il vento sulla pelle. Elisabetta mi ha chiesto di seguirla fino ad una barca in legno. Qualcuno ha azionato il motore e abbiamo preso il largo. Il vento era fresco ed io pensavo: «Finalmente! Quanto mi è mancato il mio mare!». Elisabetta mi ha chiesto: «Dove siamo e che ora è?». Io le ho risposto: «Siamo quasi a casa ed è mezzogiorno». E lei: «Non c'è troppo vento per essere solo mezzogiorno?». Ed io: «Dalle mie parti è sempre ventoso». Ero lì, vicina alla mia casa sulla spiaggia. Al buio i limiti non esistono.

Dopo circa un'ora e mezza io ed Elisabetta abbiamo concluso la nostra avventura in un bar. Nonostante il buio pesto, ci siamo sedute al tavolo numero 2, l'unico libero, e abbiamo bevuto il nostro drink, chiacchierando come se fossimo amiche da sempre.
In fondo, lo spazio ed il tempo sono dimensioni relative. Ci affidiamo alla vista per giudicare tutto ciò che ci sta davanti. Forse dovremmo imparare a comprenderlo toccandolo con entrambe le mani, abbracciandolo nella sua totalità.

Dialogo nel Buio

Da sempre l'uomo collega al buio il male. Le tenebre ci fanno paura. Eppure l'oscurità non spaventa chi in essa è costretto a vivere. Perché, in fondo, persino il buio più nero può essere colorato.È un percorso attraverso il quale puoi finire ovunque, la mostra che si trova presso l'Istituto dei Ciechi
di Milano e che si intitola "Dialogo nel buio". Non si tratta di una simulazione della cecità, bensì di un invito rivolto a chiunque, adulti e bambini, a sperimentare un nuovo modo di relazionarsi alla realtà.
Oltre che un'esperienza multisensoriale, "Dialogo nel buio" è che un colloquio con la parte più intima di noi stessi. Eppure nel buio diventa più facile anche il contatto con l'altro. A luci spente non esistono barriere né differenza tra noi e gli altri. In assenza dell'immagine visiva, dominante nella società contemporanea, la comunicazione diventa vera.

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