Pensiero del giorno

Oggi ho capito una cosa :"se il mondo non si adatta a te, ti devi adeguare tu". Silvia

"Nel numero dei +"

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Testo e regia di Gianfelice Facchetti

Nella versione al buio con Gianfelice Facchetti e Pietro De Pascalis

“Nel numero dei +” è una storia di vita e di morte che prende origine da due fatti. Il primo: a Vancouver, nella British Columbia, è in costruzione, forse già finito, un cimitero a nove piani, ognuno dei quali “a tema”, con ambientazione diversa, per la celebrazione di funerali (qualcosa del genere “american funeral” è già arrivato anche a Milano!).
Secondo fatto: sul sito www.cofanifunebri.com sono in vendita calendari con foto di donne semivestite, o seminude a seconda dei punti di vista, in posa attorno a casse da morto. Primo pensiero: se è crollata la distinzione tra cimitero e parco a tema, vuol dire che la morte è diventata un simpatico fantoccio, un oggetto ludico da luna-park della serie... “per la mia morte vorrei che le mie ceneri venissero sparse dall’alto della ruota panoramica di Minchio-landia!”.


Secondo pensiero: il seducente calendario incalza (a rete? in rete?) suggerisce che siamo già oltre; la morte è diventata un oggetto sessuale, una libidinosa consolazione (per chi?). In ogni caso, stiamo parlando di un oggetto di piacere! È mai possibile amare la morte? Farci all’amore? Quanto potrebbe essere divertente un corteo funebre sugli autoscontri? E sui dischi volanti? Dov’è l’inganno? Fermo qui le domande. Mi guardo attorno. Vedo un mondo in cui tutto mi dice che i capelli resistono e non cadono, mai, di certo non diventano grigi; che il sorriso a trentadue (32) denti e oltre può essere eterno; che le rughe sono solo invenzioni sindacali. Questo vedo e allora penso che in un tempo che nega diritto di realtà alla vecchiaia e alla malattia, come brutte copie della vita vera, perché mai la morte non dovrebbe essere rimossa?

Ecco che la tanatofilia diventa possibile, per questo, perché la morte non è mai la “mia” morte, non mi appartiene per nessun motivo al mondo, sempre delegata allo schiattamuorto di turno, lasciata lì perché il caso se la trascini via; è sempre la morte di qualcun altro! Al diavolo chi vuole vendicarsi della vita! Al diavolo i vampiri! Davanti a questo deturpamento spero in un umanesimo militante, capace di ribaltare il corso attuale delle cose; rivolta di pensiero e rivolta di sentimento per difendersi  da un’espropriazione così cruciale; ne va della vita, la mia.
Non la vita snella, da responsabilità, emozioni e affetti, piuttosto la vita “col sugo”, la vita con quel che si porta dietro di gioie e dolori dalla mattina in cui ci siamo accorti che nascere non basta e che il contrario di morire non è vivere ma amare.

Nel numero dei + è un drammuncolo, come i tanti, quotidiani, spalmati qua e là tra uno schermo e un foglio di giornale, tra la cronaca nera e il cicaleccio del gossip. Voleva essere una tragedia ma la possibilità di ricorrere al tragico si è dissolta, proprio perché il mondo si è ridotto a fantasma: con esso non ci si può più scontrare!
Eccoci qui, allora, tra senso di onnipotenza e amori virtuali, single tra single, tra bambole gonfiabili e macchine vibranti; tra un universo che ci entra in casa nostro malgrado e l’incapacità di catapultarsi un metro oltre la soglia dell’ovvietà: pagliacci pigri dal cuore un po’ marcio.

Così si presentano all’inizio i due protagonisti della storia, Vivenzio e Camillo. Soprattutto il primo dei due, parla di morte dall’inizio alla fine eppure non la nomina, la provoca ma ne prende distanza, incarnando quel potere dolce con cui oggi più che mai abbiamo a che fare; un potere che invece di impedire l’azione la incita, chiedendo ai soggetti sorvegliati di mostrarsi, di lasciarsi guardare, inquadrare e registrare dalla telecamera di turno, in banca, in uno studio tv, in tangenziale, sempre e comunque sotto il grande obiettivo della trasparenza che rende le persone docili e controllabili. Proprio la condizione esterna fa trovare invece all’altro personaggio, Camillo, la lingua in cui esprimersi: il tempo “infinito” è funzionale alla sua urgenza di parlare per non dire e per strappare un po’ di silenzio. La sua lingua è lontana da quella ufficiale, fuori dal tempo, come lui che vorrebbe restituire alla vita lo slancio primitivo di un nuovo inizio. Non coniugando i verbi, egli parla rivolgendosi, senza distinzione di ieri, oggi o domani, all’umanità in generale, quella stessa umanità che volontariamente o no (che differenza fa?), l’ha allontanato dal cuore della vita, stuprandone pensieri e sentimenti. Riuscirà la rivolta?
Gianfelice Facchetti
 

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